
GIUSEPPE
BLANCHINI
Il primo maggio di quest’anno ci ha
lasciati l’alpinista udinese e accademico del Club Alpino Italiano. Spiccano
nella sua biografia non soltanto le scalate estreme ma anche l’attività di
documentazione a ricordo dei suoi compagni di cordata Soravito
e Micoli
Giuseppe Blanchini
nasce a Udine il 9 agosto 1927. Nei primi anni frequenta le montagne durante le
vacanze, portato dai genitori assieme alla sorella Mariannina, dapprima in
Cadore e quindi sulle cime sopra Rigolato. A dieci anni muore il padre, fatto
che gli sconvolge la vita: seppure continui ad andare in montagna con la madre
e talvolta con amici occasionali, nota che “la montagna non è più la stessa”.
Nel 1943, il giorno dopo l’apertura
della scuola, cinque allievi della prima classe del liceo “Jacopo Stellini” si arruolano volontari nelle file repubblichine:
lui è fra le Fiamme Bianche, reparto di supporto della G.I.L. divenuto
operativo. In seguito finirà nel “Battaglione Fascisti Friulani”. Dei cinque
sarà l’unico a sopravvivere alla guerra, grazie a una buona dose di fortuna.
Nel maggio 1945 verrà arrestato, internato in campo di concentramento e
rilasciato nel settembre. È comunque emarginato. Impiegherà i tre anni
successivi a “ricostruire” se stesso. In ciò la montagna ha un ruolo
fondamentale: nel 1946 riprende ad andarci, dapprima per le vie normali e con
gli sci, con gli stessi compagni con cui aveva effettuato alcune salite prima
della guerra. Poi con qualche nuovo amico: Bepi Francescato
ed Ettore (Lelle) De Toni. Nel 1949 si avventura su qualche via più difficile.
Nel 1950 conosce Oscar Soravito: è uno degli incontri basilari della sua vita, non
solo alpinistica. Condividono il pensiero politico, la milizia repubblichina e
l’amore per la montagna. Per lui, che ritiene l’amicizia con il compagno di
cordata la parte fondamentale dell’arrampicata, è una folgorazione. Dalla prima
salita insieme (direttissima alla Grauzaria, effettuata nel maggio di quell’anno)
si legheranno alla stessa corda innumerevoli volte: la fiducia nelle sue
capacità che gli dimostrerà il compagno più esperto lo spingerà a indirizzarsi
decisamente verso le scalate estreme.

Beppi Blanchini sul Campanile di Val Montanaia
Lo stesso anno frequenta per la prima
volta un campeggio della Società Alpina Friulana. Fa conoscenza con alpinisti che
poi diventeranno i suoi veri amici: Dino Cella, Antonietta Ermacora, Gino De
Lorenzi, Valda Driussi, Graziella Gonano, Mario Micoli e Nino Perotti.
Fino alla nascita del figlio Franco
nel 1959 sarà un susseguirsi di salite. Per dirla con le sue parole: “Nel 1951
la prima grande impresa personale: la via Preuss alla
Piccolissima di Lavaredo, nel 1952 la prima via nuova
sulla parete Est della Croda Cimoliana con Mario Micoli.
Dal 1953 al 1955 anni di attività esaltante: il limite del cosciente, la preparazione
psicologica, la preparazione atletica, l’esaltazione estetica e spirituale. Nel
triennio 1957-1959 una visione completa delle Alpi, compagni di corda con
legami diversi (influenzati più dall’ambiente di lavoro che dall’amicizia)”.
Ciò si deve al fatto che, dopo gli
anni dell’Università, per seguire la sua passione nella ristrettezza dei mezzi
deve fare feroci economie: nel 1954 si laurea in ingegneria e nel 1956 va a
lavorare a Legnano alla Franco Tosi. Comincia così uno scambio di alpinisti:
porta alcuni lombardi in Friuli e alcuni friulani sulle montagne lombarde (e
non solo).
Nel 1954, proposto da Soravito, entra a far parte dell’Accademico. Nel 1960, come
già detto, per responsabilità verso la famiglia decide di smettere con
l’alpinismo estremo, ma continua ad arrampicare. Alla fine della carriera avrà
realizzato 22 vie nuove, alcune anche di VI grado, qualche variante e oltre 270
salite.
Nel 1991 nasce il nipotino Marco, così
decide di andare in pensione e fare il nonno a tempo pieno. Nel tempo libero
che gli resta comincia un’attività di documentazione delle salite degli amici.
Inizia con il suo maestro Soravito, il cui archivio
delle arrampicate è andato perso durante la guerra. Un po’ grazie alla memoria
ancora buona di Oscar e molto consultando guide e riviste, riescono a
ricostruire quasi tutta l’attività. Ne farà uno scritto che distribuisce ai
conoscenti.
Dopo la morte di Soravito
(avvenuta nel 2002) raccoglie tutte le sue carte riguardanti l’alpinismo:
diari, lettere, memorie, testi di conferenze, articoli per giornali,
fotografie, pubblicità; li divide per tipologia e li consegna alla Saf: è il Fondo Soravito,
presentato nell’In Alto dello scorso anno. Fa un lavoro simile per l’altro suo
amico e compagno di cordata Mario Micoli, stampando
sempre in proprio il resoconto della sua attività alpinistica. E uno anche per
la propria attività, che non destina alla pubblicazione, ma da cui sono state
tratte parecchie notizie per questo articolo. Vi sono inserite alcune sue
poesie in friulano e in italiano.
Muore nella sua città natale il primo
maggio 2018.

Da sinistra,
Oscar Soravito, Mario Micoli
e Beppi Blanchini
Testo tratto
da INALTO, Giovanni Duratti, SERIE V - VOLUME XCVIII ANNO CXXXVIII – 2018